Vernissage di una mostra di pittura contemporanea. Espone il figlio del cugino del fratello del cognato di non ricordo più chi. T. ed io ci aggiriamo spaesati, come Alberto Sordi e signora in visita alla biennale di Venezia. Intorno a noi, personaggi inquietanti disquisiscono, compiaciuti e compunti, su spazialità, prospettica e concettualismo. La nostra attenzione viene catturata da un dipinto, si fa per dire, che raffigura un cerchio bianco con al centro un punto nero.
"Mi viene voglia di spremerlo", proclama T.
"Secondo me è il White Album dei Beatles", ipotizzo.
"Potrebbe intitolarsi Cupo ombelico, che ne dici?"
Mi avvicino ad una targa minuscola. "Trascendenza 211".
"Come l'autobus!", esulta T., come se avesse risolto un indovinello. "Ma che c'entra la trascendenza?"
Della trascendenza ho un'idea precisa. La rappresenta, molto più degnamente della crosta di cui sopra, L'origine du monde di Gustave Courbet. Una donna nuda senza volto, sdraiata, con le gambe aperte. Sembra di sentirne l'odore. Tornati a casa, T. si sistema così, in attesa. Respiro su di lei lungo tutto il corpo, senza sfiorarla, con una lentezza che la esaspera. T. sente solo soffi d'aria calda, sui seni, sui fianchi, sul Monte di Venere. Mi piace torturarla. Mi piace T. quando chiude gli occhi, reclina la testa all'indietro, si morde le labbra. Mi piace bloccarle le mani con cui sta per accarezzarsi, sfiorarle il clitoride con la lingua per un tempo brevissimo e, di nuovo, respirare sopra di lei, senza allontanarmi. Mi piace sentire la sua eccitazione crescere, il suo odore farsi più intenso. Mi piacciono i piccoli movimenti che può concedersi senza cambiare posizione. Mi piace rispondere alla preghiera muta del suo sguardo ponendo fine al supplizio, stuzzicandola, titillandola, leccandola, pregustando il piacere che saprà darmi a parti invertite. Il solco di pesca tra i glutei, gli umori che colano, i mugolii, la schiena inarcata. T. che si muove oscenamente e mi asseconda. T. che gode a voce alta, senza nessun rispetto per il sonno dei vicini. T. che viene copiosamente e mi stringe forte e sembra felice.
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Una mia raccolta di racconti è stata tradotta in svedese. A pochi giorni dalla pubblicazione, partecipo alla trasmissione culturale Biblioteket, del primo canale della Radio di Stato di Stoccolma. Dopo le domande di rito sul libro, Anna Tullberg, la conduttrice, mi sventola sotto il naso un'intervista che ho rilasciato allo Svenska Dagbladet.
-Maallinen, qui c'è scritto che lei non ricorda di avere vissuto un giorno senza libri.
-In effetti, potrei dire di avere passato la vita sui libri. Forse di averla imparata, sui libri. O di averla sprecata, dipende dai punti di vista. Nei libri ho abitato, mi sono perso e ritrovato, mi sono immerso nelle storie, ho consumato voracemente le pagine, attardandomi soltanto verso la fine. Terminare un libro è sempre un dispiacere, la malinconia dell'ultima riga ricorda il trillo della sveglia nei giorni di scuola. La fine di un bel sogno.
-Problemi che adesso non ha. Può organizzare la sua giornata come vuole.
-Beh, il mio non è un lavoro serio. Ma mi piace svegliarmi molto presto, purché non me lo imponga nessuno. Certe piscine a Helsinki aprono alle cinque del mattino ed alle sei sono già piene.
-Torniamo ai libri. Un lettore così avido prima o poi scrive, è inevitabile.
-Nessuno, sin da quando ero molto giovane, dubitava che avrei scritto e pubblicato. In effetti, non ne dubitavo neanch'io. Però ho sviluppato subito ansie, nevrosi e insicurezze che tuttora mi accompagnano.
-Ha paura del giudizio dei lettori?
-No, ho paura del mio. So bene che si scrive per gli altri. Ma sono io il mio critico più spietato. Ritorno maniacalmente su ogni parola, su ogni virgola, correggo in continuazione, leggo ad alta voce, ho il terrore delle ripetizioni, controllo anche le traduzioni straniere. Tradurre dalla e nella mia lingua è molto difficile. Abbiamo un sistema linguistico totalmente estraneo agli elementi culturali propriamente europei. Ogni idea venuta da fuori ha dovuto fare i conti con questo filtro. Il cristianesimo, per esempio, è nato in un ambiente semitico, ha trovato una forma scritta greca e poi latina, è stato ripensato in tedesco dai riformati: tutto questo prima di essere tradotto in una lingua agglutinante nata negli Urali.
-Una lingua complicatissima, con quindici casi...
-Ottima per proteggere la nostra timidezza e la nostra reticenza.
-La stessa che la condiziona quando scrive.
-Pubblico una piccola parte di ciò che scrivo. Taglio ed accorcio il più possibile. E non ritorno più su una frase soltanto quando mi sembra definitiva, intoccabile, scolpita nel marmo. Al minimo sospetto di imperfezione, la cancello e la riscrivo daccapo. Vale per le recensioni e vale a maggior ragione per il mio blog.
-Lei ha un blog?
-Sì, un blog in italiano.
-Questa poi...
-Noi finlandesi siamo lettori appassionati di Dante, non lo sapeva? E ho studiato per un anno in Italia. Il blog mi serve per tenermi in esercizio con la lingua. Un intervento al mese che mi costa non solo la fatica di scrivere, ma anche quella di farlo in una lingua tutt'altro che semplice.
-Ad ogni modo, il perfezionismo non è un difetto per uno scrittore.
-Forse ha ragione lei, ma c'è un altro problema. Molti scrivono navigando a vista, lasciando che la storia prenda forma da sé. Io invece devo avere un piano predefinito e strutturato dall'inizio alla fine, che comprenda personaggi principali e secondari, un'estetica e persino un'etica. E c'è dell'altro a frenarmi...
-Mi dica.
-Mi sono scelto dei modelli irraggiungibili: l'elegante razionalità di Italo Calvino, la fantasia di Borges, irrefrenabile eppure così sorvegliata, la maestria assoluta di Cechov. La certezza di non poterli uguagliare mi scoraggia, a volte.
-Sarà reticente come i suoi connazionali, ma non esita a parlare delle sue difficoltà.
-Cerco solo di essere obiettivo. E, in ogni caso, stiamo parlando del Maallinen scrittore. Non è detto che l'uomo Maallinen viva allo stesso modo in cui scrive. Ma di questo non le parlerei mai. Oppure le racconterei un sacco di balle. Otterrei lo stesso risultato, ma divertendomi di più.
-Potrebbe avermi mentito anche in questa intervista.
-Potrei.
-Sia sincero, mi ha mentito?
-Mi dia retta. Non ha alcuna importanza saperlo.
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"Mi ascolti bene, Maallinen". Il generale ha preso dei fogli dattiloscritti da una cartella rossa con sopra il mio nome. Un rapporto dei servizi segreti. Mentre mi parla, sottolinea intere righe con una matita blu. Sopra di lui, il ghigno beffardo di un noto cardinale al posto del ritratto del Presidente della Repubblica. "Le converrà non negare l'evidenza: sappiamo tutto di lei, come lavora, cosa legge, come la pensa, cosa dice in giro, come vive. Non le permetteremo di espatriare. Riprenderà il suo lavoro e le spiegheremo in che modo potrà tornarci utile. Forse non se ne rende conto, ma le sto risparmiando le maniere forti. Una cortesia che non ho usato ai suoi amici. Non mi costringa a cambiare idea. Per il momento, mi limiterò a darle alcuni consigli che farà bene a mettere in pratica. Sono certo che un giorno non molto lontano, quando la situazione di emergenza sarà passata e avremo raddrizzato questo Paese, mi darà ragione".
Mette da parte i fogli e la matita, si toglie gli occhiali e mi fissa in silenzio. Fa una smorfia, prende un altro foglio e stavolta scrive, come un medico che compili una ricetta. "Si tagli i capelli. Non è più un ragazzino, che cosa vuole dimostrare? Lei non svolge una professione artistica, ha il dovere di apparire affidabile e rassicurante. I capelli lunghi non ispirano fiducia, sono sintomo di sporcizia e disordine. Lasci questa vanità alle donne. Per lo stesso motivo si compri delle cravatte. So che le odia. Dovrà farsele piacere. Si lavora in giacca e cravatta. Senza decoro non si va da nessuna parte. Si ricordi che la forma è anche sostanza. E la pianti di attaccare pubblicamente la Chiesa. Dobbiamo essere riconoscenti a questi santi uomini che preservano la morale dai relativisti come lei. Certi argomenti non andrebbero mai trattati, si rischia di offendere la sensibilità di tanta gente perbene. E poi, che cosa ne guadagna? Quando dice che il Papa è un reazionario che cosa ottiene? Cambia forse qualcosa? L'unico risultato è che si penserà male di lei. Piuttosto, prenda l'abitudine di andare a Messa: chissà che non le faccia bene. Ho da ridire anche sul suo tempo libero: libri, circoli di lettura, iniziative editoriali, conferenze.. ma ballare le fa schifo? Un po' di sano divertimento fa bene al corpo, allo spirito e all'umore! Lei odia il nostro Paese perché odia la vita, è questa la verità! Un'altra cosa: lei ha l'età per mettere su una famiglia. Si trovi una brava ragazza, che non abbia tanti grilli per la testa. Non una di quelle intellettuali che piacciono a lei, ma una vera femmina, capisce cosa voglio dire? ...ehi, ma cosa diavolo fa?". Ho impugnato il fermacarte, mi sono alzato in piedi. Mi trema la mano.
...
T. dorme accanto a me. Non mi va di svegliarla, ho solo avuto un altro incubo. Mi passo le mani tra i capelli. Sono ancora lunghi. Sorrido della mia stupidità. Mi tornano in mente le parole di quel fascista in uniforme che ho appena sognato. Sono le stesse raccomandazioni che mi sento rivolgere da parenti, amici, gente che a vario titolo si sente in dovere di insegnarmi come stare al mondo. "Per il tuo bene", mi dicono sempre.
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Duro campo di battaglia il letto. Ma difficile è la tenzone e non sempre si suona la stessa canzone. Segue un breve campionario, un'esemplificazione limitata e parziale ma integrabile (ed aperta ai contributi di uomini e donne di buona volontà) di caratteri femminili che falliscono la prova del redde rationem.
LA CRISTA DEL MANTEGNA
Bella, è bella, niente da dire. A furia di sentirselo ripetere venti volte al giorno da quando aveva quattro anni, l'ha capito anche lei. E ha imparato a regolarsi di conseguenza. Corteggiatissima e ambitissima, non ha mai offerto un caffè. Scrocca con disinvoltura pranzi, passaggi, prestiti, appunti, riparazioni, traslochi. Quando si concede (concessione è la parola giusta), vi aspetta sul letto con una posa che ricorda Paolina Bonaparte scolpita dal Canova. Il suo sguardo sembra dire "Ragazzo, fammi vedere cosa sai fare". Probabile che da qualche parte tenga nascoste delle palette numerate per darvi il voto, come i giudici delle gare di tuffi. Non aspettatevi che prenda iniziative o che vi stupisca con effetti speciali o che faccia alcunchè per mettervi a vostro agio: lei ci mette il corpo ed è già tanto, il resto sta a voi. Vi sembrerà di farlo con una bambola gonfiabile, arrendevole, inespressiva, concentrata esclusivamente sul proprio piacere, nell'unica posizione che piace a lei, la più scontata. Presenta il vantaggio di non richiedere troppa applicazione: bastano cinque minuti per soddisfarla, prima che si accenda una sigaretta o chiami un taxi.
LA SATANASSA
Con quali esseri mostruosi si sarà accoppiata prima di conoscervi? Seguaci di Satana, nazisti sadomaso, senatori dell'Udeur? Basteranno i primi approcci a darvi un'idea di cosa vi aspetta: poichè la Satanassa fuma come una turca, baciarla è come leccare un posacenere. Quando si sarà insediata sopra di voi avrete ricevuto una tale dose di schiaffi, sculacciate, insulti, morsi che non vi stupirete delle sue urla bestiali, probabili invocazioni a Yog-Sothoth, il dio cieco e idiota che nei racconti di Lovecraft gorgoglia blasfemità al centro dell'universo. A quel punto non vi resterà che divincolarvi, legarla a una sedia e chiamare la neuro o l'esorcista.
LA TELECRONISTA (aggiunta il 31 gennaio)
È affetta da un disturbo del linguaggio meglio noto come SINDROME DI PIZZUL, che la porta a commentare qualsiasi cosa facciate sopra, sotto, fuori e soprattutto dentro di lei. Nutre una smaccata predilezione per la marcatura a uomo, la esaltano verticalizzazioni e affondi ma non disdegna i falli laterali e il possesso palla. Non mancano infine l'analisi tecnica durante l'intervallo e l'intervista del dopopartita: Ti è piaciuto? Le altre erano più brave di me? Oggi sei durato più del solito: è anche merito mio? La prossima volta mi prendi da dietro?
LA REGISTA DI FILM PORNO
Tiene tutto sotto controllo. Anche i vostri amplessi. Deve aver letto da qualche parte che nel sesso è importante capire cosa si vuole e saperlo richiedere al partner. Vi dirà come spogliarla, come eseguire i preliminari, dove quando e per quanto tempo toccarla, adesso entra, fai piano, fermati, più piano, riprova, bene, così, ora più forte, ora rallenta, guardami negli occhi, baciami, dimmi qualcosa, qualcosa di dolce, qualcosa di porco, mordimi il collo, ora girami, mettimi così, aspetta, prima guardami, ora entra, piano, piano, ecco ora accelera, sì sì sbattimi come sei bravo ora di fianco di lato di traverso sto venendo perchè non dici niente dimmi qualcosa.
L'INESPERTA
Stavolta dovrete parlare voi. E sarà necessario che lo facciate. L'inesperta non è animata da cattive intenzioni. Vorrebbe prendersi cura di voi, ma è come se non fosse mai stata con nessuno. Ve ne accorgerete al primo urlo di dolore che vi farà cacciare. "Ehm... ti ho fatto male??" "Stammi bene a sentire. Non è un frutto tropicale: non morderlo. Non è un tubetto di dentifricio: non c'è nulla da spremere. Non è un calippo: non si scioglie nella lingua. E' chiaro?". E non permettetele per nessun motivo di farvi un succhiotto.
L'INSICURA
Non è stata fortunata con gli uomini. Adesso la sfiga è toccata a voi. Vi ripeterà fino alla nausea che è una ragazza seria e che non è sua abitudine andare a letto la prima sera e guai a voi se pensate male di lei e bla e bla e bla. Si spoglierà al buio perchè non vorrà che notiate imperfezioni, smagliature, pinguedini varie. Rassicurarla non servirà a nulla. Quando sarete dentro di lei, vi interromperà decine di volte per controllare che il preservativo non si sia sfilato. Vi domanderà a tradimento se la apprezzate come persona o se siete lì solo per spassarvela. Fingerà di credervi e vi farà sentire in colpa. Dovrete inoltre dirle che la trovate bellissima, che non è vero che il suo sedere è troppo largo o il seno troppo piccolo o le mani tozze le braccia pelose i piedi puzzolenti. Fin quando non l'avrete convinta che tra lei e Monica Bellucci esistono solo piccolissime differenze, non vi lascerà tregua. Piuttosto che darle l'ennesima delusione, fate fino in fondo il vostro dovere. Chiudete gli occhi e pensate alla donna dei vostri sogni. Per stavolta, pazienza. L'importante è finire.
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Categorie: limportante è finire |commenti (72)
Qualcuno avrebbe voluto intervistarmi. Che onore. Faccio da solo e salto pure le domande. Cedo per una volta alla tentazione intimista, senza la quale il 99% dei blog sparirebbe.
IO MI sveglio presto
IO MI leggo tre giornali
IO MI stanco della gente
IO MI sento intelligente
IO MI dimentico le date
IO MI tendo le imboscate
IO MI faccio da mangiare
IO MI mando a cagare
IO MI nutro a tramezzini
IO MI annoiano i bambini
IO MI prendo a schiaffi
IO MI son cresciuti i baffi
IO MI do le pacche al culo
IO MI sbatto contro il muro
IO MI dico che son bravo
IO MI sporco e poi mi lavo
IO MI stiro le camicie
IO MI burlo degli amici
IO MI giro e torno indietro
IO MI taglio con il vetro
IO MI impenno con la moto
IO MI tengo sotto vuoto
IO MI risparmio il fiato
IO MI fondo un altro stato
IO MI piaccio a tratti
IO MI sento come i gatti
IO MI scrivo addosso
IO MI faccio sesso
IO MI vesto a lutto
IO MI perdono tutto
IO MI canto e mi suono
IO MI sento tanto buono
IO MI perdo nelle strade
IO MI chiuderei a chiave
IO MI spalanco le finestre
IO MI concio per le feste
IO MI pungo con gli spilli
IO MI lancio sui birilli
IO MI viene il mal di mare
IO MI come mi pare
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Categorie: io mi |commenti (44)
Non ce la facevamo più, dovevamo andarcene. Avevamo resistito faticosamente all'anestesia collettiva che era scesa come una coltre di neve su tutto il Paese, avevamo speso studiando le energie e la fede che ci erano rimaste, convinti di trovare nei libri armi dialettiche e morali irreperibili altrove, avevamo lottato contro l'abitudine, l'intorpidimento mentale ed etico, la quotidianità alienante che portava ad una morte lenta, inesorabile e inconsapevole una massa informe di automi indistinguibili, ci eravamo opposti all'appiattimento, all'omologazione, al declassamento da esseri umani a utenti, consumatori, numeri, elettori. Ognuno di noi ci aveva provato, con pazienza e amore, coltivando il proprio giardino e, un passo alla volta, provando a contagiare quanti gli stessero intorno, prendendosi cura di quei piccoli spazi di libertà che erano rimasti. Tutto era stato inutile. Ogni manifestazione di apparente ribellione era stata fagocitata, inserita in un meccanismo di produzione e scambio, usata come alibi per dimostrare che si era liberi di fare qualsiasi cosa, anche di contestare. I sacerdoti della religione di stato, avidi e incontentabili, calpestavano quel poco che rimaneva della ragione, della tolleranza e del buon senso, approfittavano della credulità popolare e della furba condiscendenza di chi avrebbe dovuto tutelarci per innalzare coi nostri soldi templi faraonici a onore e gloria del loro sadico Dio e dei Suoi infiniti, stucchevoli intermediari. La politica girava intorno ad un unico partito di centro che ogni tanto si ramificava in piccole formazioni satellite, con finte elezioni formalmente democratiche: gli organi costituzionali ormai si limitavano a ratificare provvedimenti decisi altrove, nell'interesse del gruppo di pressione che di volta in volta alzava la voce. Lo stato sociale era stato smantellato: chi voleva studiare, curarsi, difendersi dal crimine doveva pagare. Chi non ce la faceva perdeva la dignità, la possibilità di costruirsi un futuro ed una famiglia. La funzione critica e di controllo degli organi di informazione era scomparsa: i quotidiani si occupavano di gossip e di sport, la televisione trasmetteva a tutte le ore partite di calcio, reality, trasmissioni in cui le troie di regime corteggiavano sculettando bellocci senza arte nè parte. Le trasmissioni di approfondimento si occupavano di delitti familiari, esasperando e solleticando la curiosità morbosa della platea televisiva per ottenerne l'acquiescenza su altri argomenti. Così voleva il regime. Chi poteva, andava via. Eravamo una quarantina in questo autobus, diretti verso il confine. Conoscevamo le lingue e potevamo scappare. Avevamo corrotto dei burocrati, venduto l'invendibile. Ci aspettavano università, centri di ricerca, studi professionali dove avremmo lavorato, città in cui avremmo vissuto da esuli, ma liberi. A pochi chilometri dalla frontiera, l'autobus rallentò. Un posto di blocco. Uomini in divisa, facce da carogne fasciste. Ci intimarono di scendere.
...
La mia stanza. L'abat-jour acceso. Tremo ancora, ma sono al sicuro. Fuori dall'incubo. T. mi guarda. - Tesoro, stai bene? Ti agitavi nel sonno, ti lamentavi.. - Siamo entrambi nudi sotto le coperte. Abbiamo fatto l'amore prima di addormentarci. Non è bastato a farmi dormire tranquillo. Scosto il piumone. La nudità di T. mi eccita, adoro la linea dei suoi fianchi, il seno sodo, la pelle liscia e morbida, il suo profumo. T. che chiude gli occhi, reclina la testa all'indietro, geme, gode. La stringo a me, perchè senta il mio desiderio. Sorride. - Ma cosa diavolo sognavi? - Quasi mi vergogno della mia risposta: - Stavo per fuggire dall'Italia e..- T. scoppia a ridere. - E come mai eri finito lì? Amore, te la do io l'Italia..-
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"Maallinen!"
Sabato mattina. Ho appena fatto colazione al bar, i giornali sottobraccio e il sorriso di E. che mi viene incontro. Si è fidanzata da poco col mio amico J., insegna matematica e ha lo sguardo perenne da bimba dispettosa che sta per combinarti uno scherzo.
"Sai che stai benissimo con la barba? Dirò a J. di farsela crescere. In cambio di questo complimento, mi accompagni a fare shopping!"
Entriamo in un negozio di calzature a buon mercato. Niente a che vedere coi luoghi comuni sulle donne nei negozi di scarpe: ne chiede un paio imbottite, resistenti, di taglia medio-grande, "il colore non importa". Se le fa confezionare, paga, usciamo. Prima che possa rivolgerle qualsiasi domanda, veniamo intercettati da un venditore ambulante di calze di spugna.
"Uh che bello, stai per farmi il regalo di natale! E te la cavi con poco, sai?"
Sceglie quattro paia coloratissime. E' vero, me la cavo con poco. Ma pretendo una spiegazione. Venerdì sera E. ha conosciuto una donna che vive per strada. L'ha sentita lamentarsi per il freddo, le ha visto i piedi coperti da fogli di giornale e le ha promesso di fare qualcosa. Sta per andare a cercarla nella piazza in cui l'ha incontrata. Poi andrà, come ogni sabato, a fare la volontaria presso un centro che accoglie i familiari dei bambini ospedalizzati nei reparti di oncologia. E. non professa nessuna religione, entra nei luoghi di culto soltanto per turismo, ma ha una grande fede nella solidarietà, in una bontà senza ideologia, nella possibilità della felicità attraverso il dono di sè agli altri. Sembra felice.
"La prossima volta venite anche voi, tu e quello scemo del mio ragazzo!", mi dice salutandomi, prima di prendere l'autobus. Sorride mentre mi fa ciao ciao con la mano, il viso schiacciato contro il vetro mentre l'autobus parte.
Sorrido anch'io. Di un sorriso che non vuole andarsene. E pazienza se mi prendono per stupido.
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riceviamo e (volentieri?) pubblichiamo:
Ciao Maallinen, sono Anna. Ho deciso di scriverti dopo avere letto il post che mi hai dedicato. Non stupirti: la tua mail di lavoro è facilmente recuperabile su internet e l’indirizzo del tuo blog è segnalato nelle pagine personali degli amici in comune che a distanza di quindici anni ancora abbiamo. Voglio vedere se avrai il coraggio di pubblicare questa mail così come la ricevi, concedendomi una specie di diritto di replica, visto che hai parlato pubblicamente di me senza neanche cambiare il mio nome. Non capisco perchè tu l’abbia fatto: per noia, forse? Per renderti interessante agli occhi di chi ti legge e commenta? Per un esercizio di scrittura? E proprio del nostro incontro dovevi parlare, è così noiosa la tua vita? E’ vero, ero un po’ imbarazzata: tu mi hai sempre messo soggezione, perchè i tuoi modi erano molto più “asciutti e severi” dei miei; secondo te, per quale motivo le mie amiche, che odiavi a morte, ti chiamavano il dr. Spock? Non certamente per la forma delle orecchie, sempre nascoste, allora come adesso, da una cascata di capelli, ma per il tuo carattere taciturno e riservato: la tua inavvicinabilità e impenetrabilità mi avevano incuriosito, ma speravo che col tempo ti saresti aperto, almeno con me, che ero pur sempre la tua fidanzata. Invece niente, ero soltanto uno dei tuoi interessi e neanche il principale; non ho mai avuto la sensazione di essere al centro del tuo mondo, nè che tu credessi in me o in noi. Il tuo assoluto disprezzo nei confronti di mia madre, mia migliore amica, modello e punto di riferimento, mi infastidiva almeno quanto i tuoi inviti a vestirmi come una ragazza ventenne e non “come un’impiegata del catasto”. Ti ho sicuramente assillato con le mie insicurezze ed ammetto di avere fatto casini pazzeschi per autentiche stupidaggini, ma non pensare che i tuoi interminabili rimproveri servissero a farmi sentire più tranquilla. E quando ci abbiamo riprovato, “qualche anno dopo” (otto anni, per la precisione, Maallinen), quello che tu chiami “avvisaglia del disastro”, liquidandolo troppo sbrigativamente, fu un problema assai più serio, molto più grande di me, che qui non riporto perchè te lo ricordi benissimo e perchè voglio credere che davvero pubblicherai questa mail e, in tal caso, vorrei che rimanesse una cosa personale. Torniamo a questa famosa, melodrammatica serata: non mi hai trovata anche un po’ invecchiata, già che c’eri? E’ vero, ero contenta di vederti; a differenza di te, conservo anche dei ricordi piacevoli della nostra storia, e sicuramente non ti vedevo addirittura come “un fastidioso ricordo” dovuto alla noia. Gli ostacoli che incontravo parlandoti non nascevano dal mio passato, ma dal monolito che avevo davanti e che hai ammesso di essere stato; non volevo cenare con te, ma solo sapere che hai combinato, come te la passi, perchè dopo anni si può anche mettere da parte le vecchie ruggini e provare ad avere un normale rapporto di amicizia..evidentemente non la pensi così, o forse davvero non vuoi più saperne di me, forse è veramente fastidio e non odio il tuo, ma allora perchè parlarne? Spero che la prossima volta che ci incontreremo, perchè questa città non è così grande come sembra e a quanto pare frequentiamo gli stessi posti, ti sforzi almeno di sorridermi un po’, perchè ne sei capace persino tu e lo sai. Un’ultima cosa: ho visto che alla fine di ogni post aggiungi un videoclip; mi va bene tutto e poi non sono un’esperta di musica, ma vorrei che mi risparmiassi quelle antipaticissime canzoni francesi che ti facevano impazzire e che ascoltavi in trance insieme a mio padre, l’unico della mia famiglia che ancora ti ricordi con affetto.
Ciao.
Anna.
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Il moderatore ha l'aria annoiata, di chi avrebbe trascorso più volentieri la serata altrove, quando ringrazia il noto saggista e i presenti "che sono intervenuti sfidando la pioggia". Mi alzo, raccolgo ombrello e soprabito e mi dirigo verso l'uscita. Avrei alcune persone da salutare, convenevoli da scambiare, qualche frase fatta e sorrisi di circostanza per chi pare che non aspetti altro.
Anna. Non la vedo da tempo. Frequentavamo gli stessi corsi all'università. Figlia unica di due apprensivi funzionari statali che l'avevano cresciuta in una gabbia dorata, sembrava intrappolata nell'eleganza forzata e triste di chi non ha mai acquistato neanche un paio di calze senza l'insindacabile benestare materno. La severità e l'asciuttezza dei modi le avevano fatto guadagnare tra i colleghi il soprannome di signorina Rottenmeier. All'epoca ero convinto che avere letto gli stessi libri fosse la condizione necessaria e sufficiente per la nascita di un grande amore. L'idillio fu di breve durata: passammo mesi a soffrire, lacerarci, tormentarci, litigare per motivi che ci sembravano importanti, tra notti insonni, pianti, discussioni al telefono, chili di peso che avrei recuperato con fatica.
Ci riprovammo qualche anno dopo, ma reggemmo poche settimane. Alle prime avvisaglie di una replica del disastro troncai di netto. Poche parole inappellabili, definitive. La semplice constatazione della nostra incompatibilità. A mai più, Anna.
Invece eccomela davanti. Sorriso impacciato, tailleur grigio che la invecchia, taglio di capelli da donna in carriera, mani che muove come se non sapesse cosa farne. Sembra contenta di vedermi. Io non ho niente da dirle e non voglio che sappia alcunchè di me. Rispondo alle sue domande con monosillabi. Freddo, rigido, immobile. Come se ci separassero chilometri, ere geologiche, distanze incolmabili. Non riesco ad essere gentile con lei e forse nemmeno ne ho voglia, la vedo come un fastidioso ricordo affioratomi alla memoria in un momento di noia. Siamo stati male. Sono stato male. Basta.
"Hai cenato?". Ho l'impressione che domandarmelo le sia costato uno sforzo, contro ostacoli che non ha mai saputo abbattere. Preferisco mentirle: "Sì". Anche stavolta un tono che non ammette repliche. Ne sembra intimorita, fa come per scusarsi: "Mi sa che a casa ti aspetta qualcuno, vero?". Qualcuno che mi aspetti a casa. L'idea per un attimo mi fa sorridere, penso a sguardi in cui non mi sono perso, mani che non ho sfiorato, silenzi immaginati e ancora da condividere.. ma che non sono Anna. Anna da dimenticare. Sto per mentirle di nuovo, quando un conoscente che abita dalle mie parti mi offre un passaggio in macchina. Fuori diluvia e sarà il caso di accettare. Addio, Anna.
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Categorie: anna da dimenticare |commenti (49)
Gentili Signore della blogosfera, non sono insensibile alle vostre lamentele sulla pochezza del genere maschile. Questi bipedi umanoidi aleggiano nei vostri blog come castighi divini, infauste presenze (o assenze), calamità naturali, scalogne, disgrazie. Non mi riferisco, sia chiaro, a delinquenti da codice penale, individui degni di marcire nelle patrie galere, ma agli anti-eroi della mediocrità quotidiana, sui quali ha ironizzato Vecchioni: "Sogniamo poco, sogniamo sogni così così; abbiamo nonne, abbiamo mamme così così e quasi sempre sposiamo mogli così così, se ci riusciamo facciamo figli così così; abbiamo tutti le stesse facce così così; viaggiamo poco, vediamo posti così così ed ogni sera ci ritroviamo così così. Signor giudice, noi siamo quel che siamo..".
Leonardo Sciascia ha reso celebre un'antica ripartizione in uomini, mezzi uomini, ominicchi e quacquaraquà. La maggior parte dei maschi che hanno infestato le vostre vite - e quel poco di buono del sottoscritto non fa certo eccezione - con ogni evidenza fluttua ingloriosamente fra le ultime tre categorie, con rare e brevissime apparizioni nella prima, comparsate poco memorabili da attori non protagonisti. E gli Uomini? Uomini che rimangano tali ad ogni ora del giorno e della notte, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia? Dove sono finiti? Ve lo domandate spesso, scambiandovi sguardi solidali oppure alzando gli occhi al cielo, nell'illusoria speranza di un intervento divino o di una più prosaica botta di fortuna. Azzardo una risposta: sono tra le braccia di donne affascinanti e spiritose. Più di voi, pare.
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Categorie: ira funesta delle cagnette |commenti (50)