Non ce la facevamo più, dovevamo andarcene. Avevamo resistito faticosamente all'anestesia collettiva che era scesa come una coltre di neve su tutto il Paese, avevamo speso studiando le energie e la fede che ci erano rimaste, convinti di trovare nei libri armi dialettiche e morali irreperibili altrove, avevamo lottato contro l'abitudine, l'intorpidimento mentale ed etico, la quotidianità alienante che portava ad una morte lenta, inesorabile e inconsapevole una massa informe di automi indistinguibili, ci eravamo opposti all'appiattimento, all'omologazione, al declassamento da esseri umani a utenti, consumatori, numeri, elettori. Ognuno di noi ci aveva provato, con pazienza e amore, coltivando il proprio giardino e, un passo alla volta, provando a contagiare quanti gli stessero intorno, prendendosi cura di quei piccoli spazi di libertà che erano rimasti. Tutto era stato inutile. Ogni manifestazione di apparente ribellione era stata fagocitata, inserita in un meccanismo di produzione e scambio, usata come alibi per dimostrare che si era liberi di fare qualsiasi cosa, anche di contestare. I sacerdoti della religione di stato, avidi e incontentabili, calpestavano quel poco che rimaneva della ragione, della tolleranza e del buon senso, approfittavano della credulità popolare e della furba condiscendenza di chi avrebbe dovuto tutelarci per innalzare coi nostri soldi templi faraonici a onore e gloria del loro sadico Dio e dei Suoi infiniti, stucchevoli intermediari. La politica girava intorno ad un unico partito di centro che ogni tanto si ramificava in piccole formazioni satellite, con finte elezioni formalmente democratiche: gli organi costituzionali ormai si limitavano a ratificare provvedimenti decisi altrove, nell'interesse del gruppo di pressione che di volta in volta alzava la voce. Lo stato sociale era stato smantellato: chi voleva studiare, curarsi, difendersi dal crimine doveva pagare. Chi non ce la faceva perdeva la dignità, la possibilità di costruirsi un futuro ed una famiglia. La funzione critica e di controllo degli organi di informazione era scomparsa: i quotidiani si occupavano di gossip e di sport, la televisione trasmetteva a tutte le ore partite di calcio, reality, trasmissioni in cui le troie di regime corteggiavano sculettando bellocci senza arte nè parte. Le trasmissioni di approfondimento si occupavano di delitti familiari, esasperando e solleticando la curiosità morbosa della platea televisiva per ottenerne l'acquiescenza su altri argomenti. Così voleva il regime. Chi poteva, andava via. Eravamo una quarantina in questo autobus, diretti verso il confine. Conoscevamo le lingue e potevamo scappare. Avevamo corrotto dei burocrati, venduto l'invendibile. Ci aspettavano università, centri di ricerca, studi professionali dove avremmo lavorato, città in cui avremmo vissuto da esuli, ma liberi. A pochi chilometri dalla frontiera, l'autobus rallentò. Un posto di blocco. Uomini in divisa, facce da carogne fasciste. Ci intimarono di scendere.
...
La mia stanza. L'abat-jour acceso. Tremo ancora, ma sono al sicuro. Fuori dall'incubo. T. mi guarda. - Tesoro, stai bene? Ti agitavi nel sonno, ti lamentavi.. - Siamo entrambi nudi sotto le coperte. Abbiamo fatto l'amore prima di addormentarci. Non è bastato a farmi dormire tranquillo. Scosto il piumone. La nudità di T. mi eccita, adoro la linea dei suoi fianchi, il seno sodo, la pelle liscia e morbida, il suo profumo. T. che chiude gli occhi, reclina la testa all'indietro, geme, gode. La stringo a me, perchè senta il mio desiderio. Sorride. - Ma cosa diavolo sognavi? - Quasi mi vergogno della mia risposta: - Stavo per fuggire dall'Italia e..- T. scoppia a ridere. - E come mai eri finito lì? Amore, te la do io l'Italia..-
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"Maallinen!"
Sabato mattina. Ho appena fatto colazione al bar, i giornali sottobraccio e il sorriso di E. che mi viene incontro. Si è fidanzata da poco col mio amico J., insegna matematica e ha lo sguardo perenne da bimba dispettosa che sta per combinarti uno scherzo.
"Sai che stai benissimo con la barba? Dirò a J. di farsela crescere. In cambio di questo complimento, mi accompagni a fare shopping!"
Entriamo in un negozio di calzature a buon mercato. Niente a che vedere coi luoghi comuni sulle donne nei negozi di scarpe: ne chiede un paio imbottite, resistenti, di taglia medio-grande, "il colore non importa". Se le fa confezionare, paga, usciamo. Prima che possa rivolgerle qualsiasi domanda, veniamo intercettati da un venditore ambulante di calze di spugna.
"Uh che bello, stai per farmi il regalo di natale! E te la cavi con poco, sai?"
Sceglie quattro paia coloratissime. E' vero, me la cavo con poco. Ma pretendo una spiegazione. Venerdì sera E. ha conosciuto una donna che vive per strada. L'ha sentita lamentarsi per il freddo, le ha visto i piedi coperti da fogli di giornale e le ha promesso di fare qualcosa. Sta per andare a cercarla nella piazza in cui l'ha incontrata. Poi andrà, come ogni sabato, a fare la volontaria presso un centro che accoglie i familiari dei bambini ospedalizzati nei reparti di oncologia. E. non professa nessuna religione, entra nei luoghi di culto soltanto per turismo, ma ha una grande fede nella solidarietà, in una bontà senza ideologia, nella possibilità della felicità attraverso il dono di sè agli altri. Sembra felice.
"La prossima volta venite anche voi, tu e quello scemo del mio ragazzo!", mi dice salutandomi, prima di prendere l'autobus. Sorride mentre mi fa ciao ciao con la mano, il viso schiacciato contro il vetro mentre l'autobus parte.
Sorrido anch'io. Di un sorriso che non vuole andarsene. E pazienza se mi prendono per stupido.
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riceviamo e (volentieri?) pubblichiamo:
Ciao Maallinen, sono Anna. Ho deciso di scriverti dopo avere letto il post che mi hai dedicato. Non stupirti: la tua mail di lavoro è facilmente recuperabile su internet e l’indirizzo del tuo blog è segnalato nelle pagine personali degli amici in comune che a distanza di quindici anni ancora abbiamo. Voglio vedere se avrai il coraggio di pubblicare questa mail così come la ricevi, concedendomi una specie di diritto di replica, visto che hai parlato pubblicamente di me senza neanche cambiare il mio nome. Non capisco perchè tu l’abbia fatto: per noia, forse? Per renderti interessante agli occhi di chi ti legge e commenta? Per un esercizio di scrittura? E proprio del nostro incontro dovevi parlare, è così noiosa la tua vita? E’ vero, ero un po’ imbarazzata: tu mi hai sempre messo soggezione, perchè i tuoi modi erano molto più “asciutti e severi” dei miei; secondo te, per quale motivo le mie amiche, che odiavi a morte, ti chiamavano il dr. Spock? Non certamente per la forma delle orecchie, sempre nascoste, allora come adesso, da una cascata di capelli, ma per il tuo carattere taciturno e riservato: la tua inavvicinabilità e impenetrabilità mi avevano incuriosito, ma speravo che col tempo ti saresti aperto, almeno con me, che ero pur sempre la tua fidanzata. Invece niente, ero soltanto uno dei tuoi interessi e neanche il principale; non ho mai avuto la sensazione di essere al centro del tuo mondo, nè che tu credessi in me o in noi. Il tuo assoluto disprezzo nei confronti di mia madre, mia migliore amica, modello e punto di riferimento, mi infastidiva almeno quanto i tuoi inviti a vestirmi come una ragazza ventenne e non “come un’impiegata del catasto”. Ti ho sicuramente assillato con le mie insicurezze ed ammetto di avere fatto casini pazzeschi per autentiche stupidaggini, ma non pensare che i tuoi interminabili rimproveri servissero a farmi sentire più tranquilla. E quando ci abbiamo riprovato, “qualche anno dopo” (otto anni, per la precisione, Maallinen), quello che tu chiami “avvisaglia del disastro”, liquidandolo troppo sbrigativamente, fu un problema assai più serio, molto più grande di me, che qui non riporto perchè te lo ricordi benissimo e perchè voglio credere che davvero pubblicherai questa mail e, in tal caso, vorrei che rimanesse una cosa personale. Torniamo a questa famosa, melodrammatica serata: non mi hai trovata anche un po’ invecchiata, già che c’eri? E’ vero, ero contenta di vederti; a differenza di te, conservo anche dei ricordi piacevoli della nostra storia, e sicuramente non ti vedevo addirittura come “un fastidioso ricordo” dovuto alla noia. Gli ostacoli che incontravo parlandoti non nascevano dal mio passato, ma dal monolito che avevo davanti e che hai ammesso di essere stato; non volevo cenare con te, ma solo sapere che hai combinato, come te la passi, perchè dopo anni si può anche mettere da parte le vecchie ruggini e provare ad avere un normale rapporto di amicizia..evidentemente non la pensi così, o forse davvero non vuoi più saperne di me, forse è veramente fastidio e non odio il tuo, ma allora perchè parlarne? Spero che la prossima volta che ci incontreremo, perchè questa città non è così grande come sembra e a quanto pare frequentiamo gli stessi posti, ti sforzi almeno di sorridermi un po’, perchè ne sei capace persino tu e lo sai. Un’ultima cosa: ho visto che alla fine di ogni post aggiungi un videoclip; mi va bene tutto e poi non sono un’esperta di musica, ma vorrei che mi risparmiassi quelle antipaticissime canzoni francesi che ti facevano impazzire e che ascoltavi in trance insieme a mio padre, l’unico della mia famiglia che ancora ti ricordi con affetto.
Ciao.
Anna.
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