Il moderatore ha l'aria annoiata, di chi avrebbe trascorso più volentieri la serata altrove, quando ringrazia il noto saggista e i presenti "che sono intervenuti sfidando la pioggia". Mi alzo, raccolgo ombrello e soprabito e mi dirigo verso l'uscita. Avrei alcune persone da salutare, convenevoli da scambiare, qualche frase fatta e sorrisi di circostanza per chi pare che non aspetti altro.
Anna. Non la vedo da tempo. Frequentavamo gli stessi corsi all'università. Figlia unica di due apprensivi funzionari statali che l'avevano cresciuta in una gabbia dorata, sembrava intrappolata nell'eleganza forzata e triste di chi non ha mai acquistato neanche un paio di calze senza l'insindacabile benestare materno. La severità e l'asciuttezza dei modi le avevano fatto guadagnare tra i colleghi il soprannome di signorina Rottenmeier. All'epoca ero convinto che avere letto gli stessi libri fosse la condizione necessaria e sufficiente per la nascita di un grande amore. L'idillio fu di breve durata: passammo mesi a soffrire, lacerarci, tormentarci, litigare per motivi che ci sembravano importanti, tra notti insonni, pianti, discussioni al telefono, chili di peso che avrei recuperato con fatica.
Ci riprovammo qualche anno dopo, ma reggemmo poche settimane. Alle prime avvisaglie di una replica del disastro troncai di netto. Poche parole inappellabili, definitive. La semplice constatazione della nostra incompatibilità. A mai più, Anna.
Invece eccomela davanti. Sorriso impacciato, tailleur grigio che la invecchia, taglio di capelli da donna in carriera, mani che muove come se non sapesse cosa farne. Sembra contenta di vedermi. Io non ho niente da dirle e non voglio che sappia alcunchè di me. Rispondo alle sue domande con monosillabi. Freddo, rigido, immobile. Come se ci separassero chilometri, ere geologiche, distanze incolmabili. Non riesco ad essere gentile con lei e forse nemmeno ne ho voglia, la vedo come un fastidioso ricordo affioratomi alla memoria in un momento di noia. Siamo stati male. Sono stato male. Basta.
"Hai cenato?". Ho l'impressione che domandarmelo le sia costato uno sforzo, contro ostacoli che non ha mai saputo abbattere. Preferisco mentirle: "Sì". Anche stavolta un tono che non ammette repliche. Ne sembra intimorita, fa come per scusarsi: "Mi sa che a casa ti aspetta qualcuno, vero?". Qualcuno che mi aspetti a casa. L'idea per un attimo mi fa sorridere, penso a sguardi in cui non mi sono perso, mani che non ho sfiorato, silenzi immaginati e ancora da condividere.. ma che non sono Anna. Anna da dimenticare. Sto per mentirle di nuovo, quando un conoscente che abita dalle mie parti mi offre un passaggio in macchina. Fuori diluvia e sarà il caso di accettare. Addio, Anna.
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